responsabilità sociale

Vivere intensamente da Aristotele e Platone ai nostri giorni

Prima di leggere gli articoli di Umair Haque sul sito dell’Harward Business Review, i post sul suo blog non avevo mai sentito la parola “Eudaimonia” e anche se vagamente ne intuivo l’origine greca, ignoravo il significato. Eudaimonia è un termine con il quale gli antichi Greci indicavano la virtù di vivere una vita “esplosivamente pregnante”, piena e densa di significato nella quale ciascun individuo sviluppa un equilibrio interno che gli consente di esprimere e maturare le proprie potenzialità. Questa visione eudaimonica della prosperità concentrata su ciò che ciascuno è capace di realizzare per se e per gli altri e non su ciò che possiede, la trovo di grande attualità ed è un argomento che mi appassiona. Per capirci meglio però, l’eudaimonia non è una religione, non è l’ascetismo, non è un’utopia, non è uno stile di vita da figli dei fiori e tanto meno una visione naive della realtà.

  • Eudaimonia coltiva la profondità e l’autenticità non l’immediatezza dei risultati.
  • Eudaimonia crea e costruisce nell’ottica dell’interesse comune e della sostenibilità, non cerca il guadagno immediato.
  • Eudaimonia cerca il meglio, vuole la qualità, non cerca la quantità, “il di più”.
  • Eudaimonia è realizzare la vita perseguendo i desideri più autentici e genuini, non è possesso materiale fine a se stesso.

Gli effetti della concezione di prosperità nella quale abbiamo vissuto negli ultimi decenni e nella quale siamo tutt’ora immersi, al contrario della visione eudaimonica, è caratterizzata dalla promessa di realizzare la felicità attraverso il consumo continuo, prolungato e smodato di beni e prodotti. Di fatto più che di una promessa si tratta di un tranello, un’inutile, sterile e smisurata rincorsa verso l’opulenza il cui effetto più devastante a livello individuale è di impoverirci non soltanto economicamente, ma soprattutto di svuotarci mentalmente, spiritualmente ed emotivamente. Questa assurda ricerca di una felicità inesistente è un inganno colossale che per mantenere standard di produzione e di distribuzione globali ha prodotto e continua a produrre effetti devastanti che compromettono gli equilibri dell’ecosistema planetario. E’ in questa prospettiva che a mio avviso si inquadra il profondo senso di insoddisfazione e di malessere che dilaga nel mondo, nei confronti delle effettive capacità dell’attuale sistema a garantire le condizioni per lo sviluppo del potenziale umano, prima ancora di quello industriale ed economico. Un malessere espresso perfettamente dal movimento “we are the 99%” che occupa Wall Street e che prima di tutti ha dimostrato di aver capito che non siamo davanti a una crisi di soldi, di credito, di finanziamenti o di debiti: questa è la crisi del significato del valore dei facili guadagni, del senso ultimo del valore delle montagne di soldi guadagnate con i giochi della finanza a scapito dell’intera comunità e a vantaggio di pochissimi.

Betterness: Economia Umanizzata

BETTERNESS: Economia Umanizzata L'ultimo libro di Umair Haque E' DISPONIBILE A QUESTO LINK solo in versione inglese, nei formati PDF - Kindle - iBooks

Ormai è sotto la luce del sole: lavorare di più non porta da nessuna parte, non risolve i problemi, non aiuta a uscire dalla crisi. La radice del problema è di tipo culturale: significa che dobbiamo essere capaci di cambiare il modo di fare business, partendo anche dalle piccole cose, partendo soprattutto da dentro di noi. Sì, partendo dal desiderio che abbiamo di ridisegnare la realtà rendendo il mondo un luogo migliore in cui vivere. Per ora è un desiderio che condividiamo in molti, ma è bene agire in tempo tutti insieme affinché tale desiderio individuale si concretizzi in una necessità collettiva.