Business Innovation Management

Articoli pubblicati

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>> Il ROI del Job Definition Format (JDF) (pag. 30 - 32)
Edizioni Tecniche Nuove - Dicembre 2011
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>> Strategie Multicanale: strutturare i processi nell'era della multimedialità (pag. 26 - 27)
>> Strutturare in XML: sfruttare i vantaggi del linguaggio XML (pag. 28 - 30)
>> Impiego strategico dei DAM: la gestione degli asset con il DAM (pag. 32 - 34)
>> Software come servizio: i benefici dell'esternalizzazione delle soluzioni informatiche (pag. 35)
Lo speciale ha lo scopo di fornire informazioni utili e pratiche sul tema della gestione dei contenuti.
Edizioni Tecniche Nuove - Gennaio-Febbraio 2011
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Quali sono i paradigmi della comunicazione d'impresa oggi. Oltre i mezzi tradizionali, quali sfide attendono l'impresa e soprattutto l'imprenditore, quando deve relazionarsi con l'esterno. Una panoramica dettagliata di un nuovo modello di "ponte" tra l'impresa e il mondo.
Eccellere - Gennaio 2011
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Il vantaggio strategico principale della creazione dell’innovazione di valore e della metodologia Lean Six Sigma, risiede nella capacità di liberare tutte le risorse disponibili. E migliorare la percezione del livello qualitativo da parte del cliente senza nuovi investimenti.
Eccellere - Luglio 2010
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Ottimizzare i processi di lavorazione in un settore altamento complesso, ricco di variabili e in cui il rischio di ridondanza dei processi di produzione è elevato. Ecco le ragioni della nascita ormai quasi dieci anni fa del JDF, il Job Definition Format.
Eccellere - Giugno 2010
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Implementare una soluzione di Innovation Competitiveness Technology a sostegno dei processi di comunicazione e di marketing può essere un processo rischioso oltre che molto complesso. Ma un direttore comunicazione o marketing oggi ha l’opportunità di dotarsi di strumenti che riducono concretamente il time-to-market di ogni progetto, con risultati che possono arrivare senza sforzi al 40%.
Eccellere - Giugno 2010
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Dossier speciale curato da Ester Crisanti e pubblicato su Italia Grafica (pag. 36-38)
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Presentazione di censhare al mercato italiano; articolo pubblicato su Comunicando (pag. 15)
Sunnycom Publishing - Aprile 2009

JDF: Job Definition Format

Oggi il Job Definition Format è il risultato di un lavoro di studio e di ricerca portato avanti dalle principali aziende fornitrici nell’ambito delle arti grafiche (Adobe, Agfa, Heidelberg, Man) sin dalla fine degli anni ’90, riunite in un consorzio allora chiamato CIP3. Agli inizi dell’avventura, il formato elaborato fu chiamato PPF ovvero Print Production Format ed era “limitato” alla parte finale del ciclo produttivo: la stampa e la confezione.

Come spesso accade nel settore dell’industria grafica, Drupa (la fiera quadriennale del settore, ovvero l’olimpiade delle fiere delle arti grafiche) segna le tappe del cammino di evoluzione dei progetti più importanti e significativi. Fu così che in occasione della Drupa 2000, il CIP3 fu rinominato CIP4 ed il PPF divenne il JDF. CIP4 sta per organizzazione internazionale per l’integrazione dei processi in prestampa, stampa, post-stampa (International Cooperation for the Integration of Processes in Prepress, Press and Postpress Organization. Un nome molto lungo, un acronimo atipico, ma tuttavia trasparente rispetto alla sua missione: ottimizzare e integrare la comunicazione tra tutti i processi di produzione dell’industria grafica.

Il JDF è diventato uno standard riconosciuto ed è un formato basato su XML, per cui aperto per vocazione ed universalmente utilizzato nell’ambito del settore delle arti grafiche.
Il motivo che riunì fior di aziende a studiare e sviluppare uno standard internazionale è tutt’ora di grande attualità, fu l’esigenza di collegare i reparti all’interno di un’industria grafica i quali, pur utilizzando strumenti informatici, agiscono di fatto al di fuori delle logiche strutturate dei processi di produzione. Ciascun reparto è un’isola dove le informazioni vengono elaborate con strumenti informatici non omogenei con il resto dell’azienda. Ciò comporta, in ultima analisi, problemi noti quali: ridondanza di flussi, informazioni incomplete, inefficienze gestionali, ritardi di ogni tipo, errori amministrativi, contabili, ecc.

L’obbiettivo dichiarato fu quello di migliorare tutti i processi aziendali affinché i prodotti e servizi erogati dall’azienda, corrispondano o eccedano le richieste e le aspettative del cliente finale. Il punto di osservazione dei “padri fondatori” del JDF è sempre uno e si situa proprio alla fine della catena del valore: il Cliente.
La scelta del CIP4 fu chiara e lungimirante: sapeva benissimo che valorizzando la centralità della soddisfazione del cliente, molti altri problemi dell’azienda potevano essere superati e risolti con successo.

All’interno di questa ottica risulta evidente come il primo beneficiario del JDF sia stato e rimane tutt’ora il cliente finale, il quale finalmente avrà la soddisfazione di vedere i propri lavori eseguiti in minor tempo, con maggiore precisione e puntualità, il tutto allo stesso prezzo di prima (o addirittura anche meno di prima). Grazie al formato JDF, alla tecnologia che lo supporta, alle soluzioni che lo integrano lungo tutta la filiera di produzione dell’industria grafica, la relazione con il cliente diventa un fattore positivo portatore di gratificazione oltre che di crescita per l’azienda.

 

 

In occasione della Drupa 2004 ricordo nell’entusiasmo che mi aveva riempito - un chiaro riflesso della constatazione dei grandi successi ottenuti dal JDF fuori dai confini italiani - di aver detto ai colleghi che mi accompagnavano: “alla prossima Drupa il mercato si dividerà in due: quelli che avranno il JDF e gli altri”. La previsione non fu felice in quanto l’auspicio era chiaramente rivolto al mercato italiano dove tutt’oggi il JDF non viene utilizzato. Ben poca consolazione porta constatare che la previsione invece era corretta nei confronti del contesto internazionale - per intenderci al di là delle Alpi. Nel 2008, in occasione dell’ultima Drupa, l’entusiasmo si frantumò davanti all’incapacità tutta italiana di molti imprenditori del settore, a recepire uno standard, indubbiamente complesso (non nascondiamocelo), che rappresenta uno strumento di sicuro potenziamento del margine di competitività così duramente provato dalla difficile congiuntura economica globale.

 

 

Print shop workflow

Un buon IT manager può diventare un business leader?

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I migliori manager nel settore IT dispongono sia di una formazione tecnica che di general management

E’ possibile avviare una riflessione sul ruolo e sulla figura degli specialisti di un’importante area funzionale dell’azienda come l’Information Technology (link al mio articolo pubblicato su Eccellere della Innovation Competitiveness Technology) e non estenderela all’area più generale di gestione del business? Il motivo di questa apparente deviazione è semplice e quasi sconfortante per l’implicita ovvietà: in un mondo nel quale la tecnologia è l’elemento strategico fondamentale per lo sviluppo di ogni tipo di business, le differenze tra le competenze richieste per una buona gestione dell’IT e quelle per una buona gestione generale del business non sono lontane. Le doti di un buon IT manager non sono certo paragonabili a quelle necessarie a un business leader che guida e conduce tutta l’azienda. Specialisti e dirigenti IT collaborano con le altre aree funzionali e gestiscono al meglio le risorse per sostenere la crescita e il potenziamento del business. Oggi il mercato esige che un CIO sia innanzitutto e soprattutto un business leader operante sullo stesso piano degli altri dirigenti perché in azienda tutto è interconnesso: il CEO vuole che gli investimenti in Information Technology producano valore, che vadano a consolidare il margine competitivo, il COO vuole ottimizzare le operazioni e infine il CFO vuole che il tutto costi il meno possibile. Tutto ciò richiede che il CIO abbia un buon livello di comprensione del business, che abbia inoltre dei buoni fondamenti di business management, fermo restando che la sua forza principale risiede nelle competenze tecniche necessarie per una buona gestione delle risorse assegnate e dei progetti di competenza. E’ interessante notare come in conseguenza di un’approccio generalizzato in quasi tutte le organizzazioni nelle quali opera un reparto IT, il suo direttore o responsabile non ha quasi mai la responsabilità di un conto profitti e perdite. Infatti in molti casi l’IT non opera a contatto diretto con il business ed è abituato a lavorare con sponsor e fornitori interni senza alternativa di scelta rispetto ai propri fornitori. Questa protezione anomala di cui godono alcuni reparti IT, determina una situazione in netta contrapposizione con ciò che avviene normalmente nel libero mercato e ci spiega perfettamente da dove ha origine la carenza di una visione globale sul business da parte degli IT manager. Un valido consiglio per qualsiasi aspirante IT manager: sviluppare una visione strategica sulla gestione del business è un asset determinante e complementare alla formazione tecnica. Si tratta della base naturale per sviluppare i progetti, per applicare nella pratica le competenze specifiche, ma soprattutto la formazione tecnica costituisce il serbatoio di know-how da tradurre in linguaggio non più tecnico, bensì di business che comunica alla pari con gli altri dirigenti responsabili delle altre aree aziendali. Per fare un esempio, parlare di cloud computing nel CDA, non significa quindi spiegare l’impiego piuttosto astratto di software e hardware remoti, ma piuttosto significa illustrare una concreta ed effettiva riduzione dei costi che offre nuove ed interessanti opportunità di business. In conclusione, per non essere relegato ad un ruolo secondario rispetto ai dirigenti delle altre aree funzionali, l’IT manager deve offrire una combinazione vincente di caratteristiche: ispirare fiducia nella propria visione e nella propria strategia, comunicare l’innovazione IT in termini di business, comprenderne le implicazioni economiche. Non è forse vero che in molte realtà il CEO proviene dalla direzione vendite, oppure da quella delle operazioni o magari delle finanze? Perché non dovrebbe accadere anche a un responsabile IT essere promosso al rango di CEO alla guida dell'azienda? Essere un buon IT manager è difficile, ma essere un business leader è ancora più difficile. La linea di demarcazione non consiste tanto nell’abilità di ispirare fiducia nella propria visione, quanto di essere un business manager competente e aggiornato. In sintesi la ricetta per diventare un business leader provenendo dall’IT è semplice: disporre di una buona e solida base tecnica, acquisire il know-how del business, comprendere gli aspetti economici finanziari, pensare in grande, creare e ispirare fiducia intorno alla propria visione attraverso i propri valori e soprattutto fornire risultati.

Gli sprechi invisibili che incidono sui margini di profitto dell’impresa

Gran parte delle aziende di ogni settore e dimensione spreca ogni giorno ingenti quantità di risorse: ciò avviene inconsapevolmente poiché oltre a essere insidiosi, molti sprechi tendono ad essere nascosti così da rendere più difficoltosa la loro identificazione e la conseguente soluzione. L’identificazione degli sprechi però è solo una parte del problema: infatti una volta identificato il tipo di spreco è necessario comprenderne le cause, applicare la soluzione per portare il miglioramento ed infine coltivare il metodo affinché i risultati raggiunti nell’azione correttiva siano continui si mantengano nel tempo. Lo spreco si identifica con ogni tipo di sforzo o di consumo di risorse che non aggiunge alcun valore al prodotto o servizio acquistato o usufruito dal cliente finale. Riflettendo sul motivo per il quale una società nasce ed esiste dovremmo concludere senza ombra di dubbio, che lo scopo sia quello di generare profitto senza il quale non c’è ritorno per gli azionisti e non si crea sufficiente ricchezza per mantenere la società nel business. E’ dunque il guadagno il motore del business. L’applicazione del ciclo virtuoso della “reazione a catena” di Edwards Deming vale indistintamente per le società con e senza scopo di lucro, poiché ciò che conta è fornire servizi o prodotti per i quali il margine generato dalla vendita, generi profitto. E’ fondamentale imparare il concetto basilare che vi è guadagno solo quando il cliente riceve un valore superiore al costo necessario per produrre il prodotto o il servizio acquistato. L’assimilazione di questo concetto agevola l’identificazione degli sprechi e l’esame di ciò si ritiene necessario per incrementare il business e offrire un servizio al cliente superiore a quello della concorrenza. Prendiamo in esame questo dato di fatto: dal 25% al 75% del lavoro in una società di servizi, si consuma in attività non valoriali, che non aggiungono alcun valore per il cliente. Ciò significa che una società con un milione di Euro di budget del personale, ha delle potenzialità di risparmio che partono da €250.000. Nei prossimi post illustrerò con degli esempi 5 tipi di sprechi “invisibili”. L’argomento è di grande attualità; mi auspico anche di utilità per chi dedicherà del tempo alla lettura di queste righe e per chi vorrà condividere commenti o esperienze sul tema.

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Sprechi invisibili - 5: Scarsa concentrazione sulla creazione di valore

Quanto esposto nei quattro punti precedenti concorre direttamente e indirettamente, attraverso i clienti dei processi interni, a creare valore per il servizio o prodotto venduto al cliente finale esterno. Troppo spesso però, si notano in azienda soggetti estremamente indaffarati, intenti a fare - apparentemente - la cosa giusta: attenzione a non confondere l’attività con la creazione di valore aggiunto, oppure l’essere indaffarati con la produttività, perché essere occupati non significa essere produttivi, né tantomeno creare valore per il cliente. C’è un esercizio molto semplice ed esemplificativo alla portata di tutti: fissando un istante di vita operativa in un ambiente di lavoro, si provi a osservare dove e come le persone più indaffarate sono concretamente impegnate nella creazione di valore per il cliente (interno ed esterno); si provi a immaginare quali e quante sono le attività che aggiungono valore al servizio o prodotto e ci si tenga pronti a rilevare invece quante persone siano intente a ben altro. Come fare dunque a qualificare un’attività che aggiunge o crea valore? 1. E’ necessaria una trasformazione fisica, ovvero una modifica concreta del contenuto e della forma di un prodotto, dell’informazione o del contenuto di un servizio. 2. E’ necessario che tale trasformazione avvenga correttamente la prima volta; altrimenti si tratta di rilavorazione, del risultato di un controllo, di un’ispezione. 3. Il cliente deve essere disposto a pagarla: se il cliente ne accetta il pagamento, implicitamente riconosce il valore aggiunto al servizio o al prodotto acquistato. In caso contrario, significa che il cambiamento non ha prodotto alcun valore aggiunto.

Sprechi invisibili - 4: non conoscere il proprio cliente

Chi è il cliente? Il cliente è sicuramente l’acquirente e destinatario finale del prodotto o del servizio dal quale l’azienda riceve il corrispettivo pagamento. Ma nella metodologia Lean Six Sigma, il cliente è anche “interno” ovvero colui il quale in un processo di produzione dipende dal lavoro di qualcun altro (l’input) per iniziare e compiere il proprio lavoro (trasformazione dell’input in un output) e passarlo successivamente a qualcun altro per la consegna finale (l’output). In quest’ottica di processo, tutti sono contemporaneamente clienti e fornitori delle fasi intermedie. Il SIPOC è lo strumento che aiuta a delineare questo tipo di contesto: il Supplier è il fornitore dell’Input che avvia il Processo di trasformazione e di aggiunta di valore rendendolo Output per il Customer (cliente) finale. L’efficienza dell’operato dei clienti interni determina l'efficacia di un’azienda nel fornire il proprio prodotto o servizio al cliente esterno. Un’azienda che non ha riguardo dei “clienti” nei suoi processi interni e non li cura come se fossero dei clienti esterni è un’azienda inefficace. A questo proposito vale la pena ricordare che il costo medio dell’inefficacia è quantificabile intorno al 20% del fatturato, mentre la fidelizzazione del 5% dei clienti si traduce nel 25% di crescita dei profitti. In conclusione, molto spesso l’attenzione dell’azienda è rivolta unicamente al cliente finale anche se purtroppo ciò non sempre implica una piena conoscenza e consapevolezza di quelle che sono le sue aspettative. Tuttavia, concentrando l’attenzione sull’ottimizzazione dei processi interni si aggiunge valore ai servizi o ai prodotti che il cliente finale esterno è intenzionato ad acquistare scegliendo tra le numerose proposte offerte sul mercato dalla concorrenza.

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