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Italian

Prima di leggere gli articoli di Umair Haque sul sito dell’Harward Business Review, i post sul suo blog non avevo mai sentito la parola “Eudaimonia” e anche se vagamente ne intuivo l’origine greca, ignoravo il significato. Eudaimonia è un termine con il quale gli antichi Greci indicavano la virtù di vivere una vita “esplosivamente pregnante”, piena e densa di significato nella quale ciascun individuo sviluppa un equilibrio interno che gli consente di esprimere e maturare le proprie potenzialità. Questa visione eudaimonica della prosperità concentrata su ciò che ciascuno è capace di realizzare per se e per gli altri e non su ciò che possiede, la trovo di grande attualità ed è un argomento che mi appassiona. Per capirci meglio però, l’eudaimonia non è una religione, non è l’ascetismo, non è un’utopia, non è uno stile di vita da figli dei fiori e tanto meno una visione naive della realtà.

  • Eudaimonia coltiva la profondità e l’autenticità non l’immediatezza dei risultati.
  • Eudaimonia crea e costruisce nell’ottica dell’interesse comune e della sostenibilità, non cerca il guadagno immediato.
  • Eudaimonia cerca il meglio, vuole la qualità, non cerca la quantità, “il di più”.
  • Eudaimonia è realizzare la vita perseguendo i desideri più autentici e genuini, non è possesso materiale fine a se stesso.

Gli effetti della concezione di prosperità nella quale abbiamo vissuto negli ultimi decenni e nella quale siamo tutt’ora immersi, al contrario della visione eudaimonica, è caratterizzata dalla promessa di realizzare la felicità attraverso il consumo continuo, prolungato e smodato di beni e prodotti. Di fatto più che di una promessa si tratta di un tranello, un’inutile, sterile e smisurata rincorsa verso l’opulenza il cui effetto più devastante a livello individuale è di impoverirci non soltanto economicamente, ma soprattutto di svuotarci mentalmente, spiritualmente ed emotivamente. Questa assurda ricerca di una felicità inesistente è un inganno colossale che per mantenere standard di produzione e di distribuzione globali ha prodotto e continua a produrre effetti devastanti che compromettono gli equilibri dell’ecosistema planetario. E’ in questa prospettiva che a mio avviso si inquadra il profondo senso di insoddisfazione e di malessere che dilaga nel mondo, nei confronti delle effettive capacità dell’attuale sistema a garantire le condizioni per lo sviluppo del potenziale umano, prima ancora di quello industriale ed economico. Un malessere espresso perfettamente dal movimento “we are the 99%” che occupa Wall Street e che prima di tutti ha dimostrato di aver capito che non siamo davanti a una crisi di soldi, di credito, di finanziamenti o di debiti: questa è la crisi del significato del valore dei facili guadagni, del senso ultimo del valore delle montagne di soldi guadagnate con i giochi della finanza a scapito dell’intera comunità e a vantaggio di pochissimi.

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